Syrio ha scritto:Da come ho capito, informandomi, in pratica, si possono allestire opere straniere composto in una lingua diversa dall'italiano solo se il compositore delle stesse ne abbia originariamente curato o abbia autorizzato un'edizione in italiano e non viene più preso in considerazione il fatto che la maggior parte delle opere composte in lingue diverse dall'italiano venivano in passato cantate "arbitrariamete" in italiano.
In realtà, i compositori dell'Ottocento e del primo Novecento non consideravano "arbitrarie" le traduzioni delle loro opere, che erano innanzitutto una richiesta del mercato (ente supremo al quale gli operisti sono sempre stati e sono ipersensibili). Talvolta le curava personalmente, da Verdi, per quelle francesi, a Richard Strauss, che, d'accordo con il librettista von Hoffmannsthal, per la presentazione del
Rosenkavalier a Milano preferí far diventare... russi Valzacchi e Annina, e giú giú fino a Poulenc e a Dallapiccola, che diedero in traduzione (rispettivamente italiana e tedesca) le prime assolute dei loro lavori piú ambiziosi per il teatro. Tal'atra l'editore-propietario le affidava a musicisti e verseggiatori di sua fiducia; altra ancora le traduzioni d'opere "di pubblico dominio" erano passatempo di direttori a riposo (celebre il caso delle opere dapontiane di Mozart, a cui si dedicò Hermann Lewy, il primo direttore di
Parsifal, dopo che aveva dovuto abbandonare il podio per ragioni cardiache). In altri casi ancora, l'Autore realizzava la traduzione già in parallelo alla stesura originale: da Janáček, che collaborava, grazie ai buoni uffici dell'Universal Edition, nientemeno che con Max Brod, al vivente Aribert Reimann, del quale la versione inglese di
Lear (usata nella finora unica rappresentazione italiana dell'opera, Torino 2001, ben 23 anni dopo la
création) è considerata "originale", non diversamente dai lavori Janáček-Brod. Assimilerei a questi casi quelli verdiani del secondo
Macbeth (che, ovviamente, fu rappresentato la prima volta in francese) e del
Don Carlo (la versione italiana di quest'opera fu usata la prima volta a Londra, dove l'opera giunse in teatro prima che in Italia). Ma anche (cosa che nessuno si degna mai di ricordare) la prima edizione a stampa dello spartito del
Boris, pubblicata da Bessel con la supervisione di Musorgskij già quindici giorni avanti la prima rappresentazione assoluta dell'opera, contiene, oltre al testo russo originale, le versioni ritmiche in francese e tedesco. Il caso delle traduzioni che realmente si possono definire "arbitrarie", realizzate per autonoma iniziativa degl'impresari teatrali (come, ad esempio, per le opere buffe di Rossini nella prima metà dell'Ottocento, che a Praga o a Varsavia non venivano di certo rappresentate in italiano) era di fatto scomparso già oltre un secolo fa, e di certo non ha nulla a che fare con le esecuzioni EIAR-RAI degli anni di quaranta o settantacinque anni fa.
Quindi, se fosse vero che la partecipazione o l'autorizzazione dell'Autore fossero condizioni sufficienti per mantenere in vita l'uso delle traduzioni, queste sarebbero ancora comunissime. Qui da noi in Italia sono, invece, quasi totalmente scomparse (l'ultimo caso d'un'opera del grande repertorio che ho sentito in teatro tradotta è stato quello del
Lohengrin parmense del febbraio 2000); all'estero sono diventate appannaggio di certi palcoscenici (ho già ricordato la Komische Opere e il Coliseum), ma non s'è persa l'abitudine di realizzare nuove traduzioni, anche in funzione delle nuove tendenze registiche (ad esempio sono molto recenti quelle di
Nozze di Figaro e
Don Giovanni attualmente in repertorio alla Komische). Al di là di considerazioni estetiche (sempre estensibili o comprimibili a mo' di fisarmonica), direi che la pratica scomparsa delle traduzioni dalla scena lirica italiana sia stata sostanzialmente legata al progressivo "ingessamento" del repertorio e, soprattutto, alla drastica diminuzione del numero totale degli spettacoli, incluso il cessare, dopo mezzo secolo di glorie, della "produzione" operistica della radio di Stato. Lo studio, ad esempio, d'un'opera di Wagner in italiano non si giustifica piú, per un cantante, dal punto di vista economico, specie dopo che anche il mercato sudamericano s'è progressivamente orientato verso l'uso degli originali tedeschi, in seguito alle due successive ondate d'immigrazione dalla Germania dopo il 1933 e dopo il 1945 (convergenti da questo punto di vista anche se del tutto antitetiche in sé). Ovviamente, a tutte queste ragioni si possono sovrapporre ideologiche tende o vernici, non diversamente da come si spacciano talvolta per "rigorosamente filologiche" scelte testuali dettate solo dallo sfiatamento di qualche interprete. Ognuno è libero di credere qul che gli pare.